lost in bremen

Notte a BremenQuando esco di casa sono le 5:20.
Fa freddo.
È inverno, ma continuo a muovermi in bicicletta: è più comodo, soprattutto così presto.
Guardo lo schermo del cellulare, la temperatura mette i brividi. Meno otto. La giacca è nuova, una Jack Wolfskin presa in saldo per contrastare il gelo. Stranamente funziona. Devo indossare due paia di guanti, altrimenti il vento siberiano mi provoca dei piccoli tagli sulle mani che non guariscono mai. Sotto i pantaloni, una calzamaglia di lana, come quand'ero bambino e andavo a scuola a Natale con il pigiama sotto i pantaloni, trucco della nonna per non tremare con la neve.

Anche se qui non nevica quasi mai, non sono proprio abituato a tutto questo; forse un giorno penserò che è anche il mio clima.
Ho ancora bisogno di tempo.

È ovviamente buio, un fango nero che avvolge tutto. Soltanto il vento, con il suo impeto, riesce a spezzarlo.

Il sole tramonta presto, a dicembre, e si ricorda di albeggiare quando la gente normale, non quelli come me, stanno facendo la prima pausa, dopo un paio d'ore da quando hanno timbrato il cartellino.
Lavoro in un negozio in centro dove serviamo anche caffè e colazione: comincio ogni giorno alle sei.
Bisogna preparare tutto, passare in rassegna gli ordini, il magazzino, controllare che chi pulisce abbia fatto bene il proprio lavoro, verificare i contanti nella cassa, che i frigoriferi siano pieni. Poi accendere il forno, mettere i panini e i croissant a scaldare. Ai tedeschi piace mangiare salato, panini al burro con ingredienti vari, ma soprattutto cetrioli. Consumiamo chili di cetrioli ogni settimana.
Non posso più sopportarne l’odore.
Mentre pedalo, e così facendo il mio corpo acquista un po’ di calore, mi guardo intorno.
La città di notte è di una bellezza irrituale. Immobile. Quasi un deserto tutto per me.
Ma non sono da solo.
Supero Wallanlagen, il sistema di parchi e canali che circonda il centro città e che un tempo costituiva il perimetro delle mura medievali, e mi accorgo degli altri spettri che escono di casa ancora assonnati, strappati al calore dei propri letti, per andare a lavorare.
Si comincia presto, qui al Nord.
Soprattutto per chi non è tedesco.

Notte a BremenA volte, un po’ sorridendo, un po’ serio, mi diverto a chiamarla l’ora degli immigrati, perché in giro si vedono turchi, africani, arabi e qualcuno come me, dell’Europa meridionale. Pochi i biondi con gli occhi azzurri, praticamente nessuno. Ma aguzzando la vista se ne scorge qualcuno. Sono messi peggio di noi, hanno giacche strappate, vestiti meno puliti. L’alito cattivo di chi fuma troppo o beve troppo o entrambe le cose.
“Non è l’ora degli immigrati”, mi dico, scuotendo la testa. Mi sono sbagliato. Insieme a noi ci sono anche i tedeschi che non ce l’hanno fatta, quelli senza Ausbildung, con un grado di istruzione basso, oppure semplicemente quelli a cui la vita ha dato meno opportunità. “È l’ora dei poveri”, penso.
Eppure poveri non siamo.
Si lavora in regola, a tempo indeterminato, contratti con retribuzione oraria che non scende sotto il minimo sindacale, che grazie a una recente riforma è salito a 9,19 euro lordi.
Ci sono persone che vivono a Bremen da dieci anni e che ancora non hanno imparato il tedesco, ma che per imbustare o inscatolare ogni giorno merci in pacchi e sacchetti ricevono 12 euro l’ora, più tutti i contributi previsti dalla legge.
Se non siamo poveri, mi dico mentre arrivo a Stephaniviertel, il quartiere dove lavoro, sovrastato dall’imponente campanile della chiesa di Santo Stefano, cosa siamo?
Semplicemente meno fortunati?
Meno integrati?
Assolutamente no.

Reietti?
Nemmeno, perché i clienti con cui ho a che fare ogni giorno, quelli che pagano 5,50 euro per un cappuccino e un croissant al cioccolato, mi trattano con gentilezza, con educazione. Con familiarità. Con un paio siamo diventati amici e ci vediamo fuori dal negozio, senza un bancone a separarci: privi di barriere.
“Siamo semplicemente gente che si deve svegliare presto”, concludo, mentre lego la bici nel parcheggio dove altri come me stanno per cominciare il proprio turno di lavoro. “Iniziamo prima, finiamo prima”.
Questo pomeriggio mi riprometto di sfidare il freddo e fare una passeggiata lungo il fiume. Posso permettermelo, visto che alle dodici stacco – «Endlich Feierabend!» – e posso tornare a casa, con uno stipendio che mi permette di arrivare tranquillamente a fine mese.
Non siamo né poveri, né immigrati, né sfortunati.
Siamo persone con un loro orario specifico, come un jet lag: che ci accomuna e, pur senza conoscerci, ci fa sentire ogni mattino, quando il freddo e il buio mettono ancora paura, un po’ più vicini.