lost in bremen

CurrywurstÈ notte fonda e sto ballando, nonostante io non sia fatto per divertirmi. Odio ballare. Il mio corpo non è pensato per i movimenti aggraziati.
“Mi serve un’altra birra”, penso, e faccio cenno ai miei amici, che non si danno pace sotto il tendone, dimenandosi come se fosse la cosa più importante del mondo.
Vado a prendere fiato, ne ho bisogno: aria, adrenalina e alcol.

«Una birra», chiedo al bancone.
La bionda che mi passa il boccale è ancora più stanca di me, ma non smette di sorridere, con una generosità che rasenta il masochismo.

Pago, ottengo il gettone del pfand, due euro che mi ridaranno quando restituisco il bicchiere vuoto, e osservo la gente ubriaca che balla sotto le stelle e che si avvicina al fiume Weser per orinare. Beviamo troppa birra e non abbiamo più l’età per reggerla.
Rientro nel tendone. L’umidità è un pugno in pancia. Stiamo vivendo l’estate del caldo killer, un record prolungato da 35 gradi. Un’afa che non finisce mai.

Io sono venuto a vivere qui in cerca del fresco, mi dico, mentre sorseggio la mia Haake Beck ghiacciata.
Goccioline di condensa mi colano sulla mano, si mischiano al sudore. I miei vestiti sono fradici, il mio corpo stanco.
Da quanto siamo qui, a ballare?
Ore.

Settimane.
Un tempo indefinito.
«Non è la mia musica», dico ai miei amici, e li saluto. Loro sorridono e continuano a danzare, aggraziati come io non sarò mai.
Guardo l’orologio. È quasi il momento del concerto che sto aspettando.
Devo camminare nell’erba secca per raggiungere la mia meta, voglio muovermi in fretta. Se mi fermo, potrei non trovare più la forza per nuotare in quel mare di gente che si vuole divertire a ogni costo, che cerca con disperazione teutonica la risposta all’ansia della settimana lavorativa, ai problemi economici, alle piccole costrizioni quotidiane.

CantanteL’estate del 2018 sarà ricordata da molti per un unico motivo; non da me.
La tregua meteorologica alla pioggia qui dura di solito tre settimane, tra luglio e agosto. Questa volta però è da inizio maggio che splende indisturbato il sole. Le nuvole hanno dichiarato la propria sconfitta e sono andate altrove. Il termometro sforna numeri da capogiro.

Ai tedeschi del nord piace questo caldo opprimente: non ci sono abituati e se lo godono come se fosse un sogno a occhi aperti. Per me, che vengo dal sud torrido, è solo la prosecuzione di un incubo a cui non voglio più pensare.
La mia t-shirt è una seconda pelle, si è attaccata al mio corpo.
“Ci sono”, penso, mentre mi faccio largo per ritagliarmi uno spazio vitale all’interno del secondo tendone della Breminale, il festival musicale estivo che si tiene ogni anno lungo il fiume e che per una settimana richiama tutta la popolazione di qui. Bremen und Umzu, come ripete spesso la mia radio preferita in uno dei suoi slogan. Bremen e dintorni.
Il ritmo della batteria è molto diverso da quello della techno di Thomas Schumacher di poco prima a cui mi hanno costretto i miei amici. È un battere convulso, un colpo su colpo che fa pensare alla guerra, poi attaccano chitarra e basso e la folla che riempie il posto comincia a muoversi.
Come un’onda selvaggia.

Il cantante dei Die Nerven dice qualcosa che suona come «Hey Bremen», ma nel suo accento svevo quel breve saluto diventa a sua volta musica noise. Il gruppo viene da Stuttgart, dal sud, la città della Mercedes. Siamo in qualche modo gemellati, visto che a Bremen c’è il secondo stabilimento di produzione per importanza dopo la casa madre: qui si costruiscono i veicoli commerciali, le berline e la Classe A. Qui le automobili vengono rifinite e imbarcate, dirette in mezzo mondo.
La chitarra è rumore puro. La batteria continua a combattere. Il basso fa tremare i nervi dei presenti. Forse è per questo che il gruppo si chiama così, mi dico, mentre bevo l’ultimo sorso di birra. Appoggio il bicchiere vuoto da qualche parte, non me ne frega già più niente del pfand. Ora conta solo la musica.
Riprendo ad agitarmi, insieme al mucchio anarchico.
Cantiamo, ridiamo. Siamo tanto sconosciuti, felici e disperati: siamo come un corpo solo.
Devo trovare lavoro. Il cane è malato e domani ho un appuntamento dal veterinario. Devo pagare la retta della Krankenkasse, la cassa mutua, che qui è privata. Le domande sono tante. Ce la faremo io e i miei amici a trovare il nostro posto quassù al nord, così lontano dalle nostre case, dalle nostre culture. Rimarremo uniti oppure ci saranno presto bivi a metterci in discussione? Sarà questo il nostro nuovo mondo, lo sappiamo; ma non sappiamo ancora bene come affrontarlo, per non farci sottomettere.
“Ci penserò domani”, mi dico, mentre i Die Nerven attaccano un altro pezzo.
Frei. Libero.
Lass alles los, gib alles frei. Lascia andare tutto, molla ogni cosa.
La festa continua, la marea in movimento non può fermarsi. Stanotte c’è soltanto il sudore di chi non vuole darsi tregua. La nostra musica continua a combattere.