lost in bremen

Weser StadionStasera mi dico che vorrei andare avanti con il romanzo che sto leggendo, invece finisco per accendere la televisione, come sempre faccio quando sono stanco per via del lavoro.
Il telegiornale, con il suo carico di cattive notizie, mi mette di malumore.
Oggi più che mai.
L’omicidio di un noto politico, Walter Lübcke, per mano di un fanatico di estrema destra, tiene banco su tutti i quotidiani. Gli hanno sparato in testa mentre si trovava sulla terrazza di casa sua, a Kassel, per fargli pagare una colpa secondo loro imperdonabile: aver aperto i confini a chi veniva da paesi rovinati dalle bombe e dalla disperazione.
A colpire è stato un giovane neonazista.
Sono tempi cupi, che ricordano tempi ancora più cupi, così cupi che la Germania vorrebbe disperatamente cancellarne ogni traccia: la vergogna è troppa per ammettere di avere di nuovo un problema con svastiche e slogan nazi; eppure è così.

Un problema che si vede in ogni ambito, nessuno escluso.
Alle ultime elezioni europee il partito nazionalista e conservatore AfD, Alternative für Deutschland, ha fatto un considerevole balzo in avanti, arrivando addirittura in alcune regioni dell’ex DDR a essere la prima forza politica, con percentuali vicine al 29%.
Sono tempi cupi, mi dico, ma c’è anche da sperare bene.

La politica ufficiale reagisce con veemenza: CDU e SPD escludono categoricamente potenziali future alleanze con qualsiasi partito di stampo xenofobo, AfD incluso. Il colpevole della morte di Lübcke è arrestato e condannato a tempo di record; anche due complici, che gli hanno procurato l’arma del delitto, sono già in carcere. Grandi manifestazioni antirazziste si svolgono nelle principali città della Germania, con centinaia di migliaia di partecipanti.
Eppure non basta, penso il giorno dopo, mentre sfoglio le pagine del “Weser Kurier”, il giornale locale. Un brivido mi convince a rientrare. Il tavolino all’aperto non è al sole.
Forse il brivido non è dovuto al clima, proprio non lo so.
A Bremen l’estate è passeggera. Un giorno il sole s’inventa protagonista e si porta dietro 30 gradi di afa; il giorno dopo il vento proveniente dal Mare del Nord spazza via tutto e ristabilisce la giusta temperatura di fine giugno: 19 gradi.
Il Werder Bremen comincia domenica la preparazione per la nuova stagione.
Il presidente della squadra, un ometto basso e paffuto dal nome lungo e un po’ ridicolo, Hubertus Hess-Grunewald, ha dichiarato pochi mesi prima che idee come quelle propugnate da AfD sono incompatibili con il Werder. La squadra è antifascista. Non sono mancate le polemiche, ma a me ha fatto piacere vedere come un uomo che avrebbe tutto da perdere da simili affermazioni non abbia timore di prendere posizione. Senza la minima paura.
Anche i tifosi non si tirano indietro: ogni domenica cori e striscioni contro i rigurgiti neofascisti tappezzano lo stadio.
Nonostante a Bremen AfD sia in crescita, non arriva al 7%.
La mia città d’adozione è diversa, penso.
Ma non lo è stata sempre.

Arbeit macht freiQuando i tempi erano davvero cupi, il presidente del Werder si chiamava Alfred Ries.
«La sua sì che sarebbe una storia da raccontare», dico a Sinan, il mio amico turco, mentre beviamo una birra al pub dove di tanto in tanto ci troviamo per vedere le partite.
«Che cosa ha fatto?»
«Nel 1965 il Werder ha vinto il suo primo campionato e lui era presidente».
«Interessante», dice Sinan, che non è stupido e capisce che è altro quello che voglio raccontare.
Ci troviamo a Viertel, il quartiere della movida, così gli propongo quattro passi verso Peterswerder, l’agglomerato residenziale elegante dove si trova lo stadio. Poco lontano c’è un piccolo giardino che in pochi conoscono.
«Cos’è questo portone di pietra?», mi chiede Sinan, quando gli mostro l’ingresso.
«Da qui si entra all’antico cimitero ebraico», gli dico, «andiamo?»
Lui annuisce, io che sono già stato qui un paio di volte faccio strada. So dove portarlo: a una grande lapide dall’aria abbandonata.
«Alfred Ries», legge Sinan. «Era lui?»
«Esatto».
«Era ebreo».
«Ed è dovuto scappare dai nazisti. Negli anni Venti era un diplomatico di spicco, qui a Bremen, era anche membro del DPP, il partito democratico tedesco durante la Repubblica di Weimar».
Sinan non dice niente, io completo per lui i buchi di una memoria che anche la città sembra aver smarrito per strada.
«I suoi genitori sono stati deportati a Theresianstadt e sono morti nel campo di concentramento. Lui è riuscito a fuggire, prima a Monaco, poi a Zagabria. Rimarrà tanti anni in esilio. Ha girato mezzo mondo, anche in Liberia e in India, pur di salvarsi la vita. Solo e dimenticato».
«Dopo la guerra…»
«Esatto», confermo. «È tornato e si è impegnato sia in politica che nello sport. Voleva cancellare le ingiustizie che ha vissuto sulla sua pelle. Qui, nella sua città natale».
Rimaniamo per un po’ in silenzio.
Un gruppo di tifosi del Werder Bremen ha studiato la storia di Ries e ha dato vita a un progetto per tramandarla, affinché anche i più giovani sappiano cos’è successo e s’impegnino in modo che orrori del genere rimangano macerie del passato. Sotto la lapide c’è una corona di fiori pagata dalla Ostkurve, la curva degli ultrà biancoverdi.
Ripenso al nuovo presidente del Werder, alla sua condanna del razzismo e del neofascismo, alla sua presa di posizione.
Qualcuno ha provato a criticarla, dicendo che il calcio dev’essere apolitico.
Eintracht Frankfurt, Borussia Dortmund e St. Pauli, insieme a diverse altre squadre della Bundesliga e della seconda divisione, hanno appoggiato apertamente Hess-Grunewald.
Osservo Sinan, lui ricambia lo sguardo. Alziamo la testa. I fari del Weserstadion sono ben visibili da qui.
Alfred Ries riposa in pace, mi dico: vicino al suo amato Werder, in un piccolo giardino fiorito dove regna la pace.
Ha difeso la sua posizione e come accade nel calcio, chi sa ben difendere e ha in testa la strategia giusta, alla fine vince.
«Un’altra birra?», fa Sinan.
Io annuisco, sorrido e lo seguo mentre c’incamminiamo verso un pub sulla cui facciata sventola la bandiera biancoverde.