lost in bremen

CurrywurstÈ notte fonda e sto ballando, nonostante io non sia fatto per divertirmi. Odio ballare. Il mio corpo non è pensato per i movimenti aggraziati.
“Mi serve un’altra birra”, penso, e faccio cenno ai miei amici, che non si danno pace sotto il tendone, dimenandosi come se fosse la cosa più importante del mondo.
Vado a prendere fiato, ne ho bisogno: aria, adrenalina e alcol.

«Una birra», chiedo al bancone.
La bionda che mi passa il boccale è ancora più stanca di me, ma non smette di sorridere, con una generosità che rasenta il masochismo.

Pago, ottengo il gettone del pfand, due euro che mi ridaranno quando restituisco il bicchiere vuoto, e osservo la gente ubriaca che balla sotto le stelle e che si avvicina al fiume Weser per orinare. Beviamo troppa birra e non abbiamo più l’età per reggerla.
Rientro nel tendone. L’umidità è un pugno in pancia. Stiamo vivendo l’estate del caldo killer, un record prolungato da 35 gradi. Un’afa che non finisce mai.

Weser StadionStasera mi dico che vorrei andare avanti con il romanzo che sto leggendo, invece finisco per accendere la televisione, come sempre faccio quando sono stanco per via del lavoro.
Il telegiornale, con il suo carico di cattive notizie, mi mette di malumore.
Oggi più che mai.
L’omicidio di un noto politico, Walter Lübcke, per mano di un fanatico di estrema destra, tiene banco su tutti i quotidiani. Gli hanno sparato in testa mentre si trovava sulla terrazza di casa sua, a Kassel, per fargli pagare una colpa secondo loro imperdonabile: aver aperto i confini a chi veniva da paesi rovinati dalle bombe e dalla disperazione.
A colpire è stato un giovane neonazista.
Sono tempi cupi, che ricordano tempi ancora più cupi, così cupi che la Germania vorrebbe disperatamente cancellarne ogni traccia: la vergogna è troppa per ammettere di avere di nuovo un problema con svastiche e slogan nazi; eppure è così.

WerderOggi è il 22 settembre 2017 e piove. A Bremen non è una novità. D’inverno e d’estate piove talmente tanto che appena uno spiraglio di sole fa capolino tra le fitte nubi tutti montano sulle proprie biciclette e corrono al parco. Sono qui da poco meno di una settimana e non mi sono ancora abituato a questo clima. Devo festeggiare però. Ho firmato da poco un contratto d’affitto che mi permetterà di trasferirmi in questa città nel Nord della Germania.
Ho molti dubbi, un po’ di paura. Non è una decisione facile.
Quando entro nel pub, il calore della stufa piazzata nell’angolo mi avvolge. Sorrido al barista, sorrido agli altri avventori. Sven, così si chiama il proprietario del locale, mi fa un cenno per indicarmi uno dei pochi posti liberi. Annuisco, gli chiedo di servirmi una birra.
«Ein Haake Beck, bitte».